Imparare a disturbare

Non telefoniamo, non scriviamo troppo, siamo coincisi. Collegati su ogni piattaforma possibile, troviamo sempre difficile inviare un messaggio. Ci sentiamo invadenti, non vogliamo che la luce della notifica possa oscurare l’altrui giornata. Fissiamo il telefono per tanti motivi diversi, ma per nessuno che in quel momento ci serva davvero. Patiamo gli effetti della paura di disturbare. 

Più aumentano le connessioni, più in certe circostanze ci sentiamo soli. La rete non ci salva, o almeno, non ci salva come vorremmo, addirittura ci fa sentire in trappola. Le foto, le relazioni e tutto ciò che viene ostentato, spesso ci fa sentire invisibili, o arrabbiati a causa del nostro stesso non riuscire a prenderne parte. 

Parliamo senza comunicare, non riusciamo a farci sentire.  L’ascolto manca e, quando manca, lascia il segno.

Mi è capitato di pensarlo molte volte, mi è capitato di riflettere su quanto possa essere difficile restare in silenzio. È vero, è spesso tutta una questione di sensazioni, ma le sensazioni entrano in vicoli ciechi, percorrono ragionamenti da cui è difficile deviare, ruotano attorno allo stesso punto, in una rotonda emotiva da cui diventa complicato uscire.

Abbiamo spesso paura di dire quello che pensiamo davvero, e questo non riguarda solo il timore di ferire gli altri. Riguarda qualcosa di ben più problematico. I nostri problemi potrebbero annoiare gli altri, potrebbero disturbarli e questo ci terrorizza. A volte non ci sentiamo affatto bene, ma preferiamo non comunicarlo, accumuliamo piccoli disagi che poi diventano enormi, insormontabili. Non ci sentiamo sicuri di esprimerci, di urlare che abbiamo avuto una giornata pessima o stiamo affrontando un periodo particolarmente duro. Chissà come siamo arrivati a questo. Chissà com’è possibile che anche una come me, che ha sempre ascoltato molto, ora non riesca più a farlo, perché sommersa dal proprio silenzio dal quale non riesce ad uscire definitivamente, in cui ricade senza accorgersene, come se fosse una nuova normalità delle cose.

Credo che facciano esattamente questo, i nostri silenzi: ci mettono in un angolo, distorcono le prospettive. Dal mio angolo non mi sento libera di parlare, forse perché tante volte mi sono sentita liquidare con frasi fatte, forse perché a volte mi accorgo che la mia componente malinconica non aiuta, anzi annoia. L’ho nascosta, quella parte di me. L’ho messa a tacere fino a quando, a tacere, ci sono finita nella mia completezza. Sbagliamo approccio, con le persone.

A volte penso che le piattaforme non aiutino, siamo troppo abituati a poter scegliere cosa ci piace, tanto da applicare questo ragionamento anche nella vita fuori dal virtuale: non vogliamo vedere i difetti delle persone,  i problemi, gli stati d’animo, li trattiamo come un gruppo musicale dei tanti, uno di quelli che resta lì, che ignoriamo perché non fa al caso nostro, che non merita di essere seguito. Silenziamo la parte degli altri che non ci mette a nostro agio. E gli altri si comportano di conseguenza.

In un modo o nell’altro, qualunque sia la prospettiva di lettura delle cose, gli altri siamo sempre noi.

Siamo noi che accumuliamo quei piccoli disagi che si ingigantiscono una volta toccato il fondo dell’animo. Siamo noi che riteniamo quegli stessi problemi opinabili sciocchezze, nulla per cui valga la pena disturbare qualcuno.

Evitiamo in tutti i modi di disturbare gli altri, e alla fine, danneggiamo noi stessi. Perdiamo il sorriso.

Non è un discorso di colpe, di vittime e di carnefici. Non parlo di egoismo, di cattiveria nel non ascoltare. Parlo di qualcosa che non sappiamo fare più davvero: non sappiamo chiedere aiuto come dovremmo, aspettiamo di arrivare al limite, di dire tutto una volta esaurito l’autocontrollo. E ricambiamo con lo stesso distaccato disinteresse il mancato ascolto ricevuto.

Penso che forse alcuni malesseri potrebbero essere superati più facilmente non sentendoci di troppo, sforzandoci di comunicare, ma soprattutto, imparando a disturbare. Dovremmo prendere in mano lo smartphone e chiamare senza chiedere prima il permesso, dovremmo mandare una nota vocale di 10 minuti senza avere paura, dovremmo anche ammettere che quelli che gli altri possono interpretare come piccoli problemi, per noi sono grandi e fanno paura.

E infine, o forse come prima cosa, dovremmo imparare ad ascoltare i nostri stessi consigli, a non sprecare la nostra consapevolezza, nata dalla somma degli errori. Un po’ come il rendersi conto che la banalità di cose che ho scritto non è facile da migliorare, da risolvere nella pratica, ché le comunicazioni, banali, non lo sono mai. 

Ma questa è un’altra storia, una di quelle da raccontare una volta usciti dal proprio silenzio, forse.

Limiti invisibili

Chi mi frequenta sa che non urlo mai. Più precisamente: non urlo, non mi arrabbio, nè tantomeno rispondo male. Chi non si limita a frequentarmi, ma mi conosce bene, sa che questo modo di essere per me è una grandissima fatica. L’autocontrollo è forse il mio più grande limite. Nella quotidiana esigenza di trovare un posto ad ogni pensiero, finisco con l’impormi regole severissime, sotto la supervisione di un senso di colpa costante che in certe giornate non mi lascia pace. Le persone non sono mai come appaiono, ma questa non è una gran scoperta. 

Ho sempre creduto nell’arte di separare le cose, tendo a farlo con tutti gli oggetti e le situazioni. Tendo a scrivere su piattaforme diverse cose diverse e in modi diversissimi. Sono tutte parole che mi appartengono e di cui vado particolarmente gelosa, per quanto queste possano apparire del tutto insignificanti. Racconto di me, a volte lo racconto ove necessario, ma fedele alla mia riservatezza. Anche se la riservatezza viene spesso scambiata per superbia, egoismo, asocialità. 

Convivo con le mie parole e me le tengo strette. Non sono sempre di conforto, spesso sono rimproveri, ma mi aiutano a migliorarmi. O almeno, questo è quello che spero.

Da questi limiti tenuti saldi dalle trame dell’autocontrollo, ho imparato molte cose. In primis, rispettare gli spazi. Lo spazio materiale in cui cammina il nostro animo, in cui vuole sedersi, sdraiarsi o addirittura non presenziare, è sicuramente una piccolissima porzione di mondo da rispettare, da non invadere, come tutto ciò che, immaterialmente, accade al suo interno. I pensieri degli altri non vanno sfiorati, non vanno chiesti con forza, non vanno scoperti prima che vengano raccontati. Poi, indubbiamente, leggiamo, cerchiamo di vedere qualcosa dallo spioncino, assecondiamo la curiosità. Ma dovremmo fermarci qui, lasciare agli altri la libertà, anche quella di non esprimersi, che tutti meritano di diritto.

In secondo luogo ho imparato a non gareggiare per sentirmi, nel bene o nel male, di più. Ho accumulato frasi che non voglio sentire e, soprattutto, pronunciare. Probabilmente non mi sentirete mai sbottare con un “guarda che io sto peggio”, nè con un qualsivoglia equivalente positivo. Anche quando la situazione me lo fa pensare, anche quando avrei diritto di esprimermi. Non dico nulla, non mi arrabbio: mi fermo.

Ascolto, mi siedo, e cerco di capire chi mi sta parlando, chi mi sta aprendo la porta, spalancandola sul panorama delle proprie parole. Insisto sempre sull’importanza di queste, sottovalutatissime, entità piene di significato, di storia personale, di carattere, di momenti di vita. I fatti sono importanti, ma a volte rischiano di non essere nulla accompagnati da un mesto silenzio. Le parole li raccontano, li spiegano, ci raccontano che spesso avevamo i fatti stessi realizzati davanti ai nostri occhi, ma realizzati diversamente rispetto a quanto non avremmo saputo fare noi e, non per questo, inesistenti come avremmo potuto continuare a pensare. Così mi ascolto, e cerco di capire oltre le frasi che riassumono momenti di vita, oltre il panorama pieno di chiavi di lettura coltivate più o meno distrattamente, oltre i miei pregiudizi. Cerco di capire anche quando il risultato di quelle parole va contro le mie idee, la mia situazione. Cerco di capire, così come spesso vorrei essere capita io.

Dall’autocontrollo però, non ho imparato solo questo. Ho imparato a restare in silenzio per un altro motivo. Quando so che potrei sbottare, quando sono troppo stanca per passare al setaccio le parole sbagliate, quando ho bisogno di concentrarmi su di me, taccio. Ho taciuto anche per settimane, sono stata completamente altrove. Ho sbagliato, indubbiamente, ho infastidito, ho snervato, ma credo fermamente che avrei sbagliato di più se avessi parlato; del resto non mi sono mai presentata come una persona perfetta, nè ho mai aspirato ad esserlo.

Mi limito a mettermi in disparte e sono i miei limiti invisibili che contribuiscono a rendere me stessa, spesso, invisibile. Succede così che non urlo, non mi arrabbio, nè tantomeno rispondo male. Ma ciò non significa che non abbia voglia di farlo, anzi.

Il retrogusto salato di un brindisi

Esistono cose bellissime, questo è un dato di fatto. E poi esistiamo noi che volenti o nolenti decidiamo di amarle o di odiarle, completamente. Lo decidiamo in base a regole predefinite dal nostro essere, non osiamo opporci, probabilmente non ne avremmo motivo. L’istinto però, sa manifestarsi in piccoli istanti di vita quotidiana, assume forme diverse, ci racconta storie che ci appartengono e che non avremmo saputo decifrare altrimenti, se non con un brivido lungo la schiena, la pelle d’oca ben nascosta sotto le maniche lunghe. 

La bellezza non conosce logica e questo rende la bellezza stessa ancora più bella ai nostri occhi.

La la land, per me, è bellezza. 

Non sono sicura di essermi immersa nella stesura di una recensione, forse piuttosto mi sono tuffata in un’idea, nell’inizio di un discorso che sarebbe meglio continuare davanti a un caffè, per riemergere da un turbamento personale da riordinare parola dopo parola.

La la land, così come tantissime altre cose che non destano il medesimo chiacchiericcio, non è destinato a piacere a tutti. È paradossale e inconcepibile il fatto che la bellezza, anche qualora venga riconosciuta, non piaccia a tutti. L’universalità di opinione non fa parte della nostra natura. Siamo pensiero libero: libero di essere gridato o inespresso, libero di non essere, libero di non emozionarsi, addirittura.

E questa storia parla di una scossa emotiva riservata a una piccola parte di pubblico che potremmo e non potremmo (allo stesso tempo) definire come fortunato. È il fischio di inizio di una partita personale in cui qualcuno, si è sentito tanto demoralizzato, da ritrovarsi seduto in panchina per proprio volere, in disparte, fissando il destino in divisa da arbitro.

Si tratta di una storia da vedere, almeno un volta, di concedersi un regalo e, se si fa parte di quel piccolo pubblico fortunato, di riuscire a guardarsi in quell’enorme specchio. Corrono le stagioni e cambiano, il tempo e le cose, sullo schermo così come nel reale. Viene voglia di cantare canzoni diverse, non sempre insieme ad altri, di ballare una danza che non riprenda per forza i passi già fatti, ché la vita può essere un valzer tanto quanto un tip tap, sta a noi riconoscerne la musica in sottofondo che lega tutti i momenti indelebili della nostra esistenza ed interpretarla al meglio. Piccole tappe da cui ripartire, attorcigliarsi in una piroette o fermarsi.

Ognuno di noi ha ambizioni che esprime più o meno esplicitamente, che ha visto schiantare a terra infrangendosi più volte, di cui conserva i pezzi, sempre più piccoli. Qualcuno resta immobile nella vana speranza che questo non accada mai, conserva i sogni in una teca di cristallo, li guarda, ma non si avvicina mai troppo. Parlo di ambizioni grandi, immense, che comprendono il progettare l’edificio più famoso al mondo, vincere il premio Strega, salire sul podio di una gara pur non avendo mai praticato quello sport. Il film parla di questo, parla di amore, ma parla anche di ambizioni così grandi da apparire quasi banali. 

E mentre arrivava l’Autunno e iniziavano a cadere le prime foglie e le prime lacrime sulle mie guance, ho iniziato a domandarmi questo: quand’è che possiamo parlare di banalità? 

Un amore, forse, non importa verso chi o verso cosa, non è mai banale. È la nostra storia, è fatto di elettricità, di scariche di adrenalina, di domande, di dubbi e di malinconia. Quanta malinconia c’è sempre dietro la bellezza. Quante volte finiamo per sentirne il retrogusto salato, nelle lacrime. Quanta meraviglia c’è, in questo.

Proprio così, quando smetto di guardarmi dentro e gli occhi tornano a fissare lo schermo, appaiono le parole “Brindiamo ai sognatori” che si siedono accanto ai miei piccoli tormenti e alla mia meraviglia, per tenermi la mano fino alla fine del film. 

Si riaccendo le luci e credo sia giunto il momento di rialzarsi, in tutti i sensi.

Prima lezione sull’amore

La prima lezione sull’amore me l’ha insegnata Amedeo e come tutte le lezioni, quelle vere, non è stata impartita, imposta, non ha avuto bisogno di spiegazioni, è successa e basta. Come quando si passa una vita sui libri di scuola e ci si accorge che i più grandi Maestri a volte non sono professori, ma autori di narrativa letti sul tram, nel tempo libero, per caso.

Avevo sette anni, questo lo ricordo perfettamente. Sette anni, gli occhiali tondi, i capelli un po’ arruffati, perennemente, con quel codino alto al centro della testa che tutte le bambine degli anni ’90 ritrovano nei vecchi album di fotografie. Odiavo la mattina, una cosa che mi porto dietro tutt’ora, ché in fondo cresciamo, ma senza cambiare mai. Mi trascinavo a far colazione, sedevo scomposta, sbuffavo mentalmente molto più di quanto non dessi a vedere. Ogni giorno, sempre uguale, con la stessa inerzia. Percorrevo il piccolo corridoio che mi separava dalla cucina, senza vedere nulla, passo dopo passo, di sbadiglio in sbadiglio.

Amedeo, mio nonno, era sempre sveglio a quell’ora e da chissà quanto. Impeccabile, abitudinario e sempre composto, apparentemente troppo. I suoi occhi grigi, bellissimi, guardavano oltre il panorama proposto quotidianamente dal balcone, ma non quel giorno.

Fu un giorno tanto qualsiasi, quanto preciso nei miei ricordi, che mi affacciai alla porta della cucina e lo vidi intento a disporre una fila di piccoli Garfield a semicerchio attorno alla mia tazza del latte. Una precisione pazzesca, una delicatezza che nessuno potrebbe mai e poi mai descrivere e, a parer mio, riprodurre. La precisione e la delicatezza che ha solo la spontaneità dei gesti da dedicare alle persone a cui teniamo.

Quella mattina ho imparato che la retorica, le fiabe e i film che parlano d’amore non lo insegnano davvero quanto un nonno che prepara una sorpresa a una bambina che non ha mai amato troppo gli abbracci e le parole dolci. Ho imparato a voler bene così come lui mi ha insegnato, senza proferir parola. L’ho imparato nell’istante in cui, uno di quei simpatici gattini di plastica è caduto. Non ha preparato nessuna frase fatta, Amedeo. Si è limitato a dire, con il tono infastidito che si addice a chi ha programmato qualcosa di bello da tempo e non accetta l’inaspettato, che non voleva scivolasse. Io, invece, mi limitavo a vedere la sorpresa, nient’altro. 

L’amore, in tutte le sue forme, è così. Si prende cura dei dettagli, non è fatto di parole studiate. Non impone di essere diversi da ciò che si è, nè di imporre a qualcuno di essere differente. L’amore è accettare e amare di conseguenza, anche nel momento della giornata in cui si è insopportabili, magari intuendo come addolcire quel momento.. Ha il profumo di una sorpresa al momento del buongiorno, di paura che un dettaglio rovini tutto. 

L’amore è precisione, è cura, è delicatezza. 

E il mio modo di amare sento da sempre di averlo imparato per la prima volta quel giorno grazie a lui.

Un messaggio nello spazio

Pensavo a quei film esistenziali o comici o surreali in cui, inevitabilmente, il protagonista decide di scrivere una lettera a se stesso. La telecamera inquadra sempre le sue mani, nel momento in cui la stringe, un po’ più forte, quasi a riabbracciare le sue stesse parole. E poi, sorride. Inevitabilmente, sorride. Chissà, forse si è specchiato in uno scorcio di frase, in un lessico che non gli appartiene più, nel ricordo di quel che troverà proprio ora davanti ai suoi occhi.

Ma io sono una persona che si pone sempre domande, anche quando non deve, anche quando sarebbe più comodo evitarle e così questa volta, in questo caso, mi chiedo: perché? Perché non si vede mai il momento della stesura di quelle parole? Perché la telecamera non inquadra l’inchiostro che deve ancora asciugare? Perché la forza di quel momento, incanalata su carta, viene lasciata in disparte?

Più ci penso, più vorrei scrivere a me stessa e più cerco una data nel futuro cui indirizzare un pensiero, un consiglio, un messaggio da non dimenticare mai. La data non c’è, non esiste momento per le cose che non sia questo istante. Esistono i luoghi, però. Quelli che regalano sempre la stessa sensazione, che ci fanno sentire a casa o da soli, quei luoghi che sono persone, distanze, idee.

E il solo luogo verso cui potrei spedire questa lettera, oggi, è un universo parallelo. Vorrei vederla attraversale le galassie, il tempo in tutte le forme immaginabili, la fisica, la storia, la realtà; poi, come d’incanto, raggiungermi.

Racconterei qualcosa a quella Me che vive altrove, le racconterei di un’esistenza non sempre facile quando si ha a che fare con troppa emotività, quando la freddezza che mi contraddistingue si deposita sul cuore e lo rende inscalfibile, di ghiaccio. Le svelerei le cose che non riesco a pronunciare ad alta voce, fatte di tutti quei sentimenti che la logica sa mimetizzare bene, delle paure che non vorrei avere, di quelle che tutti gli altri hanno capito prima di me.

Le farei tante domande, chiederei di svelarmi come si vive, in un mondo in cui tutto è lineare, le scelte giuste sono chiare, le persone non scappano, nè tantomento, le si fa scappare via. Di corsa.

Vorrei sapere come si sta, quando si raggiungono i risultati senza dannarsi, con facilità, quasi fossero scritti a chiare lettere in un destino che tende a palesarsi, anzichè nascondersi, sfuggire dalle mani.

Poi tornerei a raccontarle qualcosa, le racconterei della bellezza che hanno gli occhi lucidi, anche quando davanti allo specchio non ci si riconosce più, dopo una giornata pesante, dopo tutte quelle cose che non avremmo voluto dire. Le spiegherei che provare sempre e sempre troppo è quanto di più stancante esista per l’animo, ma è anche prova di una vita vissuta a pieno, anche quando non se ne ha la più pallida idea.

E continuerei a descriverle il mio mondo, in cui le risposte non arrivano o quando arrivano sono pugnalate, sempre più a fondo. E rimango così, con qualche cicatrice che fatica a guarire, con le ammaccature bene in vista forse, ma un velo di make up sempre pronto a coprirle, un sottile strato di quella leggerezza da spalmare che aiuta nel non mostrarsi totalmente, che può essere difesa, corazza entro cui proteggere noi stessi.

Scrivendo e rileggendo le mie stesse parole forse scoprirei che quella Me che vive lontana, non potrebbe prendere carta e penna come faccio io, non potrebbe scarabocchiare la sua vita, perché la perfezione non è di questo pianeta e sono i sentimenti che muovono le pagine, le dita, gli occhi attenti al cambiamento, i cuori pronti a catturare nell’aria un distratto fischio di inizio, a scattare, a ripartire, a correre lontano, un’altra volta. E dopo ancora.

Magari quella Me, pronta a lucidare l’ennesimo trofeo, proverà un brivido, più forte di quello che mi attraversa quando mi sento a terra o perennemente sbagliata. Forse quella me si accorgerà che la sua perfezione fatta di cose tutte giuste, di ordine e bellezza mai scalfita è molto più fredda della corazza che indossiamo noi, per tenere in salvo i sentimenti. E che questi non saranno perfezione, ma carburante, forza, volontà. Biglietto di sola andata per raggiungere una meta dove ricominciare a costruire una parte microscopica ma di importanza ineguagliabile di universo: il nostro.

Fine e inizio

Bisognerebbe cambiare le regole, bisognerebbe ritrovarsi sì, ma prima ancora con se stessi. È la storia di ogni capodanno, anche di quelli festeggiati forzatamente, perché non si ha voglia, perché si è stanchi o perché bisogna per forza fare qualcosa. È la storia di ogni persona, che aspetta la notte del 31 dicembre e l’invadente scoccare della mezzanotte con la paura di avere indossato senza saperlo una scarpetta di cristallo, di aver perso di vista il tempo. Una scarpetta con i tacchi o i lacci, le fibbie o niente; qualsiasi cosa ci permetta di camminare o ballare sui primi minuti del pavimento del nuovo anno. La paura è che quella scarpetta di cristallo sia il nostro tesoro, che nessuno la trovi, una volta perduta nei giorni dell’anno ormai volto al termine o peggio ancora, che nessuno venga a cercarci trasformandola in una scusa per unirsi a noi, di nuovo o per la prima volta.

Ma si sa, che la fine e gli inizi sono date senza calendario e che queste sono ricorrenze per passare il tempo, per scandirlo, per sentire di avere un motivo di creare qualcosa come un nuovo futuro.

Le fini e gli inizi avvengono solo nella nostra mente, dopo aver osservato il mondo che non vuole stare alle regole della nostra fantasia e allora non ci resta che inventare gli auguri di cui abbiamo bisogno: per me dovremmo augurarci di continuare, ecco. Continuare le cose che non vogliamo lasciar perdere, continuare ad aggrapparci ai nostri ideali, a quello che desideriamo, perseverare nel cercare la felicità quella vera, quella che spesso gli altri non possono capire fino in fondo, perché spesso i cuori non battono allo stesso ritmo per le stesse cose.

Dovremmo augurarci di non restare seduti a terra troppo a lungo, di fare ciò che vorremmo, di ricominciare in questo proprio ora. Non esiste inizio, se questo resta scritto in una lista a lungo termine. L’inizio non un lunedì di un mese nuovo, è adesso, ora, in questo istante.

L’inizio è finire di leggere un post e prendere in mano il telefono, digitare quel numero che non squilla da un po’ e parlare, capire e ritrovarsi. Inizio è anche riprendere in mano quel progetto, fare qualcosa, continuarlo un passo alla volta, con tutta la lentezza del mondo, ché la fretta stanca e distrae più di ogni altra cosa. Inizio è guardarsi indietro e ricordarsi ciò che siamo stati e la persona che siamo e rendersi conto, che di inizio, questa data non ha niente. Inizio è tenersi stretti chi ci è già vicino o chi lo è sempre stato, senza farsi mai notare. Inizio è un continuo divenire, che cambia, che si adatta.

Dovremmo augurarci di continuare, di riprendere in mano le cose, di rialzarci, oggi. E i miei auguri, agli altri come a me stessa, soprattutto dopo un anno come questo, non potrebbero non essere così.

Generazione Friends


Siamo quelli della generazione Friends, anno più anno meno. Siamo quelli che hanno guardato quella serie tv anche sette o dieci volte, magari iniziandola il giorno stesso dell’uscita sul piccolo schermo, magari con un decennio di ritardo; siamo quelli che la vivono, ma non sempre se ne accorgono.
Inutile parlare delle difficoltà nel cercare lavoro, del contratto a tempo indeterminato che sembra un miraggio, delle poche opportunità presenti in Italia, della necessità di viaggiare a volte non per passione, vacanza, diletto, ma per obbligo, scontentezza, frustrazione, inutile anche parlare di quanto sia complicato anche solo pensare di comprare casa. E non è vero che non vogliamo andare a vivere da soli: non abbiamo la libertà che meriteremmo. 

E allora facciamo l’unica cosa che l’istinto alla sopravvivenza ci consente: ci adattiamo. 

Ci adattiamo a cambiare la tradizione che ci vuole sposati o per lo meno conviventi, perché le generazioni sono anelli di una catena che si incastrano l’un l’altro, che si impigliano nei fili delle trame di abitudini che devono essere cambiate per permettere di riuscire a combinare qualcosa, qualcosa di vero, e quei fili li tirano, li portano agli estremi, li spezzano, e qualcosa di nuovo lo creano davvero anche quando non è affatto ciò che ci si aspetta. 

Non parliamo poi di chi vorrebbe realizzare qualcosa di non propriamente convenzionale, di chi canta, di chi suona, di chi dipinge, di chi scrive, di chi spera. Non parliamo di noi che rischiamo di passare per perditempo, perché le oppurtunità sono scarse e bisogna essere concreti, abbandonare le idee e le passioni.

Non parliamo di quante volte ci sentiamo dire che non è normale essere sempre single, che alla nostra età tutti avevano già una casa, un lavoro, un coniuge.

La nostra generazione non ha più nulla a che vedere con tutto ciò. Noi non pensiamo a quel futuro che si presupponeva fosse ovvio in passato. Lungi da noi l’idea di sposarci rispondiamo sempre con quella vaga indifferenza che suona come uno stonato “non è il momento” o uno stridente “devo prima trovare un lavoro che non sia di poche ore e pochi mesi”.

Noi siamo quelli che vivono immersi nel cambiamento, abbiamo troppi progetti e poche strade. Ci costruiamo delle mappe gigantesche dentro cui disegnamo come tesoro tutte le aspettative, per poi interpretarle in base di quanto accade nel mondo.

E come si fa a fermarsi, a pensare a una famiglia, quando è già difficile uscire di casa?, diranno loro. Si fa. Si fa, ma in modo diverso.

Si va a convivere, sì, ma scegliendo di abitare in una stanza in un appartamento affollato da persone che fino a un momento prima non conoscevamo neppure. Si costruiscono nuovi rapporti, l’amicizia scavalca quasi l’amore. Non è che non ci crediamo più, ma stiamo bene così, perché è difficile sentirsi a proprio agio con qualcuno se la realtà ci mette a disagio ogni giorno, se ci fa vivere una quotidiana battaglia contro noi stessi, quando il nostro cv non viene neanche letto o quando il tirocinio è sottopagato e al telegiornale ripetono quasi ossessivamente che troppi giovani vivono ancora in casa con i genitori.

E se cambia tutto, allora anche la famiglia diviene metamorfosi. E no, non è vero che non esiste più. Esiste ancora, si allarga, in tutti i modi in cui le è possibile. La famiglia diventa anche quella degli amici, di chi condivide quell’appartamento affollato, diventano giovani coppie sì, ma quelle che si aiutano fra loro, diventa l’amico con il quale si vorrebbero condividere le feste. La famiglia diventa chi si sostiene, chi resta accanto mentre tutti scappano e vanno di fretta e ci si sente troppo fermi o troppo indietro. La famiglia, quella vera, diventano quelle famiglie che a loro volta si uniscono, che accettano che le cose non sono sempre come da manuale, che è forse più normale così, che si può cambiare, fare un passo indietro, ricominciare, amare una persona in tanti modi diversi e tutti bellissimi e allora ci si unisce, ci si abbraccia, ci si accetta. Si accetta il movimento, si accetttano i legami la cui unione non ha nulla che vedere con la genetica. Si accetta che questa grande libertà che ci è stata concessa comporta quel fardello pesantissimo che ci porta a essere noi stessi. E forse è proprio quella parte di noi finalmente libera che molto probabilmente non accetta di sentirsi parte di un passato recentissimo, ma che non le appartiene.

Noi siamo esattamente questi, credo. Siamo coloro descritti in quella serie tv che ci ha fatto ridere fino alle lacrime e altrettante lacrime ce le ha fatte versare nella commozione dell’ultima puntata. Noi siamo la generazione Friends, o meglio, noi siamo la famiglia Friends.